Skip to main content

Seconda Assemblea Sinodale: intervento conclusivo di Mons. Erio Castellucci

L'intervento di Mons. Castellucci, Presidente del Comitato Nazionale per il Cammino Sinodale, al termine della Seconda Assemblea Sinodale.

Comincio, esprimendo gratitudine, con una confidenza: in questi giorni ho ricevuto attestati di vicinanza da parte di alcuni di voi che, incontrandomi, sorridevano a labbra strette e mi davano una pacca sulla spalla, come si fa quando si porgono le condoglianze. Ringrazio per queste attenzioni, rassicurando comunque che il mio stato d’animo è di prevalente gratitudine a questa Assemblea, in tutte le sue componenti: è stata definita da alcuni un’Assemblea “ribelle”, ma è stata piuttosto un’Assemblea viva: critica, leale, appassionata per la Chiesa e la sua missione.
Nella lunga riunione della Presidenza del Comitato, ieri pomeriggio e sera, per la nostra Assemblea di questi giorni – sia nei momenti comuni sia in quelli dei gruppi – è stato speso più volte l’aggettivo “generativa”. Aggiungerei che abbiamo vissuto dei giorni davvero “spirituali”, non solo nei momenti di preghiera, ma anche in quelli di dialogo, dibattito, confronto e ricerca di consenso. L’azione dello Spirito, infatti, non mira al livellamento e all’uniformità, ma alla comunione, che è armonia delle diversità e ricerca di una sintesi superiore. Così accade fin dalla prima grande riunione ecclesiale, da alcuni definita addirittura “Concilio di Gerusalemme”, di cui abbiamo un sintetico verbale nel cap. 15 degli Atti degli Apostoli. Questa riunione si svolse a partire da discussioni con i cristiani giudaizzanti, vide gli interventi di Pietro, Giacomo, Paolo e Barnaba, e si concluse con un dissenso proprio tra Paolo e Barnaba, che da quel momento si separarono. Alla fine, votarono una sola “Proposizione” (l’asciugatura lì è stata massima), ma decisiva per la vita della Chiesa: “È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime” (At 15,28-29).
I momenti di tensione, dunque, fanno dunque parte da sempre dei percorsi sinodali e sono esperienze spirituali, se vissuti – come è successo in questa Assemblea – in modo costruttivo. Nel discorso di chiusura del Sinodo ordinario dei Vescovi sulla famiglia, Papa Francesco disse, con la consueta franchezza: “Nel cammino di questo Sinodo le opinioni diverse che si sono espresse liberamente – e purtroppo talvolta con metodi non del tutto benevoli (ma si riferiva ai Vescovindr.) – hanno certamente arricchito e animato il dialogo, offrendo un’immagine viva di una Chiesa che non usa ‘moduli preconfezionati’, ma che attinge dalla fonte inesauribile della sua fede acqua viva per dissetare i cuori inariditi” (24 ottobre 2015). L’opinione comune non si forma solo sull’ascolto, ma anche sul dibattito, che orienta a una votazione per registrare il consenso.
Non è inutile ricordare che il nostro Cammino sinodale si è mosso liberamente rispetto ai canoni di un Sinodo vero e proprio o di un Concilio. Abbiamo percorso in questi anni tre tappe – narrativa, sapienziale e ora profetica – che si sono precisate un po’ alla volta, con scelte ispirate dalla realtà che si stava snodando, non solo riguardo ai contenuti (ad esempio all’inizio non sapevamo quali argomenti sarebbero stati prioritari), ma anche riguardo alle modalità (ad esempio, all’inizio avevamo previsto una sola Assemblea sinodale finale e poi ne sono nate due… e in questi giorni ne è stata proposta una terza). È difficile, ma è anche appassionante, lasciarsi condurre dalla realtà, nella convinzione che lo Spirito semini in essa delle tracce da discernere alla luce del Vangelo. Si chiamano, in grande, “i segni dei tempi”; e nel nostro piccolo possiamo chiamarli “tracce del Regno”.
È importane anche ribadire che non stiamo semplicemente celebrando degli eventi, ma dei processi, e che per questo il peso dei documenti prodotti è da misurare sul cambiamento degli stili ecclesiali. Come ci è stato ricordato in quest’Aula, la profezia non sta tanto nelle carte e nemmeno la si può attribuire a se stessi, ma si verifica negli eventi e nelle esperienze. Un libro può esprimere e incentivare l’auspicata conversione comunitaria, ma non la può surrogare. L’esperienza di sinodalità di questi anni, che Lucia Capuzzi ci ha narrato aprendo i lavori dell’Assemblea, è già un frutto grande del Cammino sinodale, da custodire anche attraverso i documenti.
Questo processo sinodale rappresenta una novità per le Chiese del nostro Paese. Certo, i cinque decenni post-conciliari precedenti, più volte rammentati nei testi di questi anni, erano esperienze di coinvolgimento e partecipazione. Ma il metodo è stato cambiato, proprio sulla spinta della visione di sinodalità introdotta da Papa Francesco. Prima veniva steso un documento di orientamento all’inizio di ogni decennio, seguito da altri documenti che scandivano la recezione nelle Chiese; e a metà decennio un Convegno nazionale evidenziava la dimensione sociale e culturale del tema scelto. In questo decennio, invece, siamo partiti dalla consultazione aperta all’intero Popolo di Dio e poi, fase dopo fase, siamo arrivati alle Assemblee sinodali di metà decennio, per fissare alcune priorità e rilanciare orientamenti pastorali che nei prossimi anni dovranno essere recepiti: non più, però, come testi elaborati per così dire dagli esperti e consegnati a tutti, ma elaborati da tutti – ovviamente con le necessarie e inevitabili mediazioni – e consegnati a tutti. Non è un cambiamento da poco.
Veniamo ora alla cronaca recente. La terza fase – lo ricordo ancora una volta – si è aperta con l’Assemblea della CEI dello scorso maggio, dalla quale sono sorti i Lineamenti, consegnati, attraverso vari passaggi e rielaborazioni, alla prima Assemblea del novembre scorso. Di qui è nato lo Strumento di Lavoro, sul quale le Chiese in Italia hanno potuto offrire i loro contributi nei mesi di gennaio e febbraio: il 2 marzo era il limite entro il quale consegnarli e, di fatto, entro i primi giorni di marzo ne sono giunti 196 dalle Diocesi più altri da associazioni e gruppi.
A questo punto segnalo e ammetto alcune carenze nel percorso del mese di marzo, dovute anche al fatto che il passaggio da queste sintesi alla nostra Assemblea si è dovuto contrarre nell’arco di tre settimane. Nei primi giorni del mese, la Presidenza del Cammino sinodale ha letto tutti i contributi e alcuni dei membri hanno steso un primo testo di sintesi, di 74.000 caratteri, letto integralmente e discusso l’11 marzo nel Consiglio Episcopale Permanente; in quella riunione ne è stata chiesta la riduzione drastica, perché si arrivasse alla forma di Proposizioni (come da Regolamento) sintetiche e mirate. Probabilmente la dieta è stata eccessiva, avendo eliminato anche tutte le citazioni e ridotto il testo a 46.000 battute. Questo lavoro ha richiesto alcuni giorni (si doveva anche impaginare e stampare) ed è stato poi presentato al Comitato Nazionale del Cammino sinodale in una rapida riunione online il 28 marzo, prima di essere inviato a tutti i delegati il giorno dopo.
Una seconda carenza, oltre a quella della tempistica, ha riguardato la comunicazione. Abbiamo dato per scontato che tutti conoscessero il genere letterario delle Proposizioni e lo condividessero. Dovevamo certamente spiegare meglio che le Proposizioni andavano lette alla luce dei testi precedenti, soprattutto i Lineamenti e lo Strumento di Lavoro, e abbiamo supposto, sbagliando, che fosse chiaro che le Proposizioni erano pensate come testo di passaggio, quasi un indice ragionato, che doveva aprire la strada ad alcune decisioni concrete e poi soprattutto al recupero della ricchezza del quadriennio. Dovevamo valutare meglio che questo genere letterario, da alcuni ritenuto sorpassato, in un percorso così ricco come quello del quadriennio, può risultare arido e povero, senza riuscire a mostrare una reale continuità rispetto ai documenti precedenti.
Cosa fare ora? Ne abbiamo parlato ieri nella Presidenza del Comitato e nel Consiglio Episcopale Permanente. Abbiamo ribadito che la Chiesa non è composta da guide che ignorano il “sentire” del popolo (di Dio), tirando dritto come se avessero sempre ragione – cosa purtroppo molto diffusa oggi nelle tendenze sovraniste e dittatoriali – ma è composta da guide chiamate a discernere la presenza e l’azione dello Spirito nel Popolo di Dio, del quale fanno parte. Si cresce insieme, ciascuno secondo i propri doni e le proprie responsabilità. Il testo proposto di fatto è apparso inadeguato. L’Assemblea di martedì mattina e le moltissime proposte di emendamento avanzate dai 28 gruppi richiedono un ripensamento globale del testo e non solo l’aggiustamento di alcune sue parti. I gruppi in queste due mezze giornate hanno lavorato molto bene, intensamente e creativamente, ritrovando nel testo talvolta anche ricchezze che non emergevano ad una prima lettura, e hanno integrato e corretto il testo; che tuttavia non si presenta ancora maturo.
Ora vi verranno restituiti i lavori svolti nei gruppi e poi verrà avanzata una mozione da votare, per impostare il seguito del Cammino sinodale. Anticipo che vorremmo fare un passo avanti, non “tirare una riga” e ricominciare, perché abbiamo alle spalle quattro anni di Cammino delle nostre Chiese: vorremmo andare verso un testo che, pur mirando alla sintesi e orientandosi a decisioni votabili (prima o poi occorre pure decidere), sia più discorsivo del presente testo delle Proposizioni, anche emendato con i lavori di questi giorni, e più ricco e profondo. Per la tempistica futura, dei prossimi anni di recezione, come già detto ci intrecceremo con il calendario della recezione del Sinodo universale. Per la tempistica prossima, invece, che riguarda la conclusione del nostro Cammino sinodale, verrà proposta tra poco un’ipotesi al voto di questa Assemblea, che ringrazio ancora.