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10° anniversario sisma Centro Italia: omelia del Card. Zuppi ad Arquata del Tronto

Il 24 agosto, il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, celebra la Santa Messa presso l’area Sae di Pescara del Tronto, ad Arquata del Tronto (Ap), in occasione del 10° anniversario del sisma che colpì il Centro Italia. Di seguito il testo dell’omelia.

Rinascere. È la prospettiva, bellissima e impegnativa per tutti, che accompagna questo ricordo doloroso del terremoto, della morte e della distruzione che ha causato. Rinascere: non è un auspicio! Il cristiano spera, non è un ottimista. Crede nella Provvidenza, non è fatalista e quindi lotta con tutto se stesso e combatte la rassegnazione, sottile veleno che rende tutto impossibile, inutile o troppo difficile. Vogliamo rinascere anche per onorare chi non c’è più, perché qui ci sono le radici e conservarle richiede diano nuovi frutti. E quanti germogli che proprio per questo vanno aiutati!

Il Vangelo parla di un uomo, Nicodemo, un fariseo, segnato dalla sua storia, che va a trovare di notte Gesù. Nella notte sentiamo l’angoscia della luce, il buio spinge a cercare quello che non abbiamo, ma sappiamo ci deve essere. Era disilluso, ma non stava bene. Forse portava nel cuore rabbia per la sua esperienza resa ancora più acuta per la convinzione triste che non c’era rinascita, cioè futuro. “Come fa a rinascere un uomo quando è vecchio?” chiese, amaramente, a Gesù. Anche noi, tutti, sentiamo il peso di questi lunghi, lunghissimi anni, portiamo nel cuore le ferite di quella tragedia, le promesse rimaste tali, le attese che si scontrano ancora con difficoltà, i ritardi insopportabili quando si è perso tutto. A questo si aggiunge la condizione delle aree interne di tutto il nostro Paese, che sperimentano il terremoto silenzioso e senza crolli traumatici dello spopolamento e di un invecchiamento che appare senza speranza. Gesù, a lui e a noi, propone di rinascere nello Spirito e ci dona il vento del suo amore, forza che spazza la nebbia della rassegnazione. L’amore non cancella i problemi, anzi, ma ci dona forza nuova per affrontarli e superarli. Che sia così anche questa celebrazione.

Rinascere! Abbiamo ascoltato di Neemia. Al re, proprio come noi, confida il proprio dolore e tristezza “quando la città dove sono i sepolcri dei miei padri è in rovina”. Il profeta, però, chiede al re fiducia perché non si vuole arrendere, non può accettare la rovina. Il ricordo di questi dieci anni ci rende sapienti, non rassegnati, ancora più convinti e uniti nel dire come Neemia: “Venite, ricostruiamo le mura di Gerusalemme e non saremo più insultati!”. E oggi anche noi diciamo: “Su, costruiamo!” e mettiamo anche noi mano “vigorosamente alla buona impresa”. Nel ricordo ci misuriamo con il mistero della terribile, inquietante forza distruttrice del terremoto, le cui conseguenze non finiscono con l’ultima scossa. Anche per questo sentiamo insopportabile la così diffusa cultura della potenza, che rovina la convivenza, le cose, e scatena violenza e guerra che tutto distrugge. Del terremoto conosciamo le conseguenze del male. Della guerra le responsabilità sono chiare, così come le complicità e tutto quello che favorisce quel vortice di violenza e di odio che poi nessuno riesce più a governare. La domanda di rinascere la portiamo nel cuore per le conseguenze di quei minuti drammatici, che sono segnate da queste pietre e che avete ricordato questa notte. Il terremoto ha spento la vita di quelle persone i cui nomi sono stati scanditi questa notte accompagnati dal suono della campana. Partiamo sempre da quel dolore quando il cielo crolla addosso e le fondamenta del mondo sono scosse, quando tutto diventa imprevedibile e si rivolta contro. Non vogliamo dimenticarlo. Non possiamo. Riviverlo ci fa sentire l’urgenza di curare le ferite che ha provocato, perché abbiano la cura necessaria. Quella notte fu un vero spartiacque. Ma la storia continua. Leggo alcuni dei racconti, che faccio miei nella compassione che non è dall’alto in basso, anzi, il contrario: è chinarsi per guardarsi negli occhi, fare dei tuoi i miei sentimenti. Come fece Papa Francesco che, quando visitò queste zone, abbracciò tutti i bambini e guardò in viso, uno per uno. “Ci siamo svegliati nel buio, senza capire cosa stesse succedendo, sentendo voci e rumori che poi abbiamo scoperto essere persone rimaste sotto le macerie. Di fronte casa mia c’era la più giovane vittima del terremoto, la piccola Marisol. Ogni volta che torna quel ricordo, annebbia tutto”. Qui ad Arquata furono cinquanta. “Ci siamo resi conto che la piazza non c’era più. Appena girato l’angolo per salire verso il borgo di Arquata, abbiamo visto i massi delle mura crollate. Non si è capito nulla, finché non si è fatto giorno. Solo allora abbiamo compreso la portata di quello che era successo. Pescara del Tronto? Lì ho visto di tutto: alcuni corpi di persone morte, persone ferite, persone salvate, amici che si stavano rimboccando le mani per salvare altre vite. Non ho capito più niente! Quello che mi sono trovato davanti sembrava uno scenario di guerra: cadaveri, feriti, detriti, urla, terrore negli occhi delle persone. Non era semplice andare sopra le macerie e recuperare le persone intrappolate al di sotto. Il dolore più grande è stato vedere i corpi dei bambini morti. Questo ce lo porteremo dentro per sempre. Nelle frazioni più colpite, come Pescara, Tufo e Capodacqua, di alcune persone non si trovavano neanche i corpi: anche quello dei dispersi è stato un altro grande dolore”. La tragedia è iniziata quella notte ma dura sempre: solitudine, spaesamento, distacco forzato dalla propria comunità. Oggi sappiamo che il percorso è ancora lungo, ma sappiamo anche che c’è futuro.

Rinascere. Papa Leone indica il metodo di Neemia per tutte le sfide che dobbiamo affrontare e per mettere per tutti sempre al centro la nostra magnifica humanitas. È il valore del lavoro condiviso che rende sicura la città di Dio per gli esuli ritornati. Dobbiamo sempre cercare di edificare insieme, trasformando la storia di ognuno in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. È quello che sperimentammo con le migliaia di volontari, associazioni, istituzioni, operatori, uomini e donne comuni che hanno sostenuto queste nostre terre con gesti concreti, vicinanza e condivisione. A dieci anni di distanza vogliamo manifestare un convinto segno di riconoscenza, per il valore di quell’immenso patrimonio umano che ha permesso alle comunità di non sentirsi mai sole e vorremmo che questo stesso spirito permetta di risolvere rapidamente le difficoltà restanti nella ricostruzione. Credo sia vero per tutti davanti a chi non ce l’ha fatta quanto scrisse un vigile del fuoco che confidò il suo dolore lasciando un biglietto sulla bara della bambina Giulia: “Ciao piccola, ho solo dato una mano a tirarti fuori da quella prigione di macerie. Scusa se siamo arrivati tardi”. La memoria di oggi ci spinge a non arrivare tardi.

Rinascere. Non promesse, ma lavoro, di tutti, ciascuno nelle proprie funzioni e responsabilità tutte importanti, con la forza di quella solidarietà che tanto ha consolato in quei giorni terribili, chiamando le difficoltà con il proprio nome, perché solo così si possono risolvere e trasformarle in nuova capacità ed efficacia con la resistenza di cui siete stati capaci. Sappiamo che non sono senza conseguenze il tempo perduto e le risposte non date. Quanti anziani speravano di vedere di nuovo quello che il terremoto aveva distrutto e hanno sperimentato l’amarezza di chiudere gli occhi lontano dalle proprie case? Quanti non hanno la forza per aspettare e sono andati altrove? Ecco perché rinascere. L’amore accende nei cuori quella luce alla fine del tunnel che sembra non arrivare mai. Anche questa celebrazione ci aiuta a tessere di nuovo la comunità e l’unità tra di noi, perché ricostruire non è solo una questione di edifici ma soprattutto di relazioni, comunità, fiducia, solidarietà. La rinascita non nasce soltanto dai cantieri, ma soprattutto dalle persone, dalle relazioni e dalla speranza condivisa. Ci aiuta il Signore che affronta il terremoto terribile del Venerdì Santo, fallimento di tutto, ma sapendo che il tempio del suo corpo sarà ricostruito. Il Signore accenda i nostri cuori di rinnovata speranza e di senso di responsabilità, di attenzione per tutti, a iniziare dai più deboli. La roccia sicura del suo amore ci fa affrontare quello che manca, perché ora sappiamo che lo Spirito, l’amore di Dio che diventa nostro, ci trasforma, ci dona forza, capacità, forza per fare nascere di nuovo quello che sembra perduto. Dio vi benedica e vi doni di rinascere. Come è scritto sull’architrave della porta di Santa Maria in Pantano ci affidiamo a Maria: “Sub tuum praesídium confúgimus, sancta Dei Génetrix”, “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio”.

Foto: CEI - Chiesacattolica.it